
È quel che ho pensato, entrando, letteralmente, in queste pagine. Sensazione di visitare un luogo caro e sentito al quale devo molto, tanto, immensamente. E’ la sensazione che provi quando torni a casa tua, e ripercorri i cammini e i piccoli sentieri che tante volte, hai percorso, pensando, parlando, riflettendo e…scrivendo! Proprio come tornare a casa, e sentire i profumi già da sempre conosciuti, e riconoscere voci già da sempre riconosciute, riconosciute forse ancor prima di venire al mondo. Che sensazione, quale effetto mi fa entrare, di nuovo, nella nostra scrittura: è come entrare, ancora una volta, nel gioco di condivisioni che, pure, al di là della scrittura, non smette di farci essere come siamo, come ci conosciamo e, ancora, come ci conosceremo. Passa il tempo, ma quel che resta sono i luoghi e i momenti di condivisione. Quel che resta, e che sempre resterà, è il cammino che da essi ci ha portati sin qui e, al contrario, il cammino che non smette di portarci, nuovamente, a quei luoghi e momenti cari di questo grande, immenso, nostro racconto.
E, nello stesso tempo, alla gioia della riscoperta si aggiunge una riflessione, amara e necessaria: quanto tempo perso a far quadrare una scrittura che poco ha a che fare con me stesso, con te e con te stessa, con noi e con noi stessi. Quanto tempo perso a prendersi la responsabilità di scrivere le “vite degli altri” – sì, probabilmente proprio come il protagonista del celebre film ascolta gli altri, non ascoltandoli veramente. Ebbene, rientrando in queste pagine mi sono accorto, di un botto, che dovrei smettere di ascoltare “gli altri”, e correre il rischio di scriverne le vite per quello che non sono, e per quello che non vogliono essere. Dura responsabilità, parlare e scrivere la cultura degli altri, perchè l’etno-grafia si trasforma, facilmente, troppo facilmente, in una cattiva bio-grafia.

(esempio di scrittura su quello che altri scrivono su altri ancora)
E cosa vorrebbe dire, tutto questo? Forse dovrei smettere di scrivere degli altri, e dedicarmi a me stesso, a noi stessi? Forse dovrei abdicare a un certo impegno – etico, e diciamolo anche: politico – di comprendere la sofferenza degli altri, di aprire gli occhi sulle diseguaglianze, e di scrivere per denunciare? Assolutamente no. Perchè accettare il rischio di far parlare quelli che non possono parlare, richiede come condizione il saper parlare di se stessi, di noi stessi. Qualcosa come un “non scrivere degli altri quel che non vorresti che sia scritto di te, non scrivere degli altri come non vorresti che gli altri scrivano di te”.
Mi chiedo, nuovamente: forse scrivere di noi stessi nient’altro è che un semplice esercizio di preparazione, in cui ci si esercita a scrivere giudiziosamente degli altri? Assolutamente no, rispondo di nuovo! Perchè l’amore con cui scrivo di noi, l’amore, vero, sincero, che non smette di rinnovare la mia scrittura di noi, non smetterà di rinnovare la verità e la sincerità della nostra scrittura del mondo.
Grazie, grazie a te, per sempre.
AM







