Oggi, è un giorno importante. Scrivo – come sempre, d’altronde, ma è la prima volta che lo faccio qui. Scrivo e, in fin dei conti, scrivendo, inauguro qualcosa: marcare del nero sul bianco è sempre un gesto inaugurale, beninteso. Ma, a maggior ragione, lo è piu’ che mai oggi, e ora, in questo momento, nell’esatto istante in cui anima e corpo si trans-mutano nell’anima e nel corpo di questo strano agglomerato di parola. Parola viva, parola vivente. Scrivo, e anche se sono qui, solo, nella mia stanza, so e sento che non scrivo da solo. Scrivo, e quel che scrivo è – è già da sempre – qualcosa di condiviso. Scrivo, io, e nello stesso tempo non smetto di dire: Tu scrivi, l’altro scrive. E scriveranno, infine – senza fine – tutti quelli che leggeranno, e che parleranno, probabilmente senza che noi lo sapremo mai. E scriveremo noi, ancora, e parleremo ancora della nostra scrittura, à jamais.
Che il verbo scrivere sia coniugato! Che la parola (il verbum) scriva! (Mi) scrivo, (ci) scriviamo, sono scritto, siamo scritti…
Scrivo, e il fatto di scrivere in continuazione “scrivo” è qualcosa che, nello stesso tempo, va al di là del sintomatico, del patologico – con buona pace della psicoanalisi, dio benedica la sindrome ossessivo-compulsiva dello scrittore! – e della pura esercitazione retorica. Perchè la scrittura (si) ripete anche quando non ripete esattamente quel che ha detto. “S’i’ fosse foco, arderé lo mondo/S’i’ fosse vento lo tempesterei/S’i’ fossi acqua i’ l’annegherei…”, diceva un poeta italiano del 1300. E ogni volta che scriveva, ripetendolo, “S’i’ fosse, S’i’ fosse, Se fossi, se fossi”, diceva in effetti qualcosa di diverso, immaginandosi di volta in volta di essere fuoco, vento, acqua, morte, vita…
Scriviamo, io e te – cosi’ come l’Altro – , e ancora una volta rinnoviamo un’alleanza. Scriviamo, perchè un giorno abbiamo detto: “Scriviamo un libro”, e io ho subito aggiunto qualcosa come “lo scriviamo già, questo libro, non abbiamo mai smesso di scriverlo, questo libro”. E li’, di nuovo, ancora una volta, ci siamo presi per mano, e con questo gesto cosi’ incredibile della vita abbiamo cominciato a sentire diversamente, e nuovamente. Si’, un gesto incredibile, perchè prendersi per mano è sempre piu’ raro: come la poesia, in effetti. “Non vedo alcuna differenza tra un poema e una stretta di mano”, diceva Paul Celan.
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“Perchè quando ci teniamo per mano, ci scriviamo. E quando “ci scriviamo” – vale a dire: parliamo, sentiamo – non facciamo altro che tenerci per mano. L’uno accanto all’altra, l’una accanto all’altro, il linguaggio circola, i termini si scambiano. E il cielo azzurro, é alle nostre spalle, nel presente, nell’avvenire. Azzurro a-venire. T.A.” (Paris, 4/4/2007)
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