Au livre

“Tu es celui qui écrit et qui est écrit” (Edmond Jabès)

Alte Bücher 31 août 2007

Classé dans : Textes — aulivre @ 21:20

A volte, non degno neanche di uno sguardo i libri ben sistemati nella minuscola biblioteca della mia stanza. Sono solo una piccola parte di quelli che ho comprato e letto nella mia vita. Il resto, è ancora in Italia. E in Italia resterà, credo, per sempre. In fondo, quei libri appartengono a un momento della mia vita – e non parlo della mia “vita di lettore”. Come potrei separare quel che leggo da quel che sono? – che, in un modo o nell’altro, è passato. Li ricordo uno ad uno, certo, cosi’ minuziosamente ordinati com’erano – come sono: di ogni libro, letto o no, ricordo esattamente l’esatta posizione all’interno della biblioteca. Ripiano centrale, a destra: filosofia tedesca contemporanea e teoria della letteratura, comincia con Walter Benjamin e finisce con Gérard Genette. Eppure, ogni volta che torno a casa e guardo questa strana massa di carta, non posso non provare una sensazione di estraneità, quasi di rifiuto. Resto per un po’ atterrito e poi cerco qualcos’altro da fare, cosa che da quelle parti mi risulta davvero difficile, peraltro. A volte, invece, come poco fa, mi fermo a guardarli, questi miei libri. Ne prendo uno, e subito la prima cosa che mi viene in mente è quando e dove l’ho trovato, e la prima volta che ho cominciato a leggerlo. Poi ancora, evidentemente, quel che ci ho letto. Il libro funziona coma la madeleine di Proust: irruzione repentina del tempo perduto. Trovo quasi sempre qualcosa di sottolineato. Faccio una pausa, dunque, e leggo. Ed è come leggere l’intero libro, o forse meglio (al proposito, Thomas Bernhard ha scritto qualcosa di irrinunciabile in Alte Meister. Ecco un libro che dovrebbe essere qui con me e che invece trova in Italia: ultimo ripiano a sinistra, in alto). Ebbene, poco fa, mi capita tra le mani Malemort, di Glissant. Ricordo di averlo comprato da Gallimard, luglio 2006. Ripercorro Boulevard Raspail nel caldo torrido di quei giorni, poi imbocco la Rue de Vaugirard e arrivo al Jardin de Luxembourg. Panini all’ombra di un grosso albero, con un’amica che non smette di divertirsi ricordandomi che leggo “sempre libri tremendi, da intellettuali”. Ma Glissant, lui, non è un intellettuale. E’ un libro vivente, ecco tutto. Semplicemente, scrive il “tutto-mondo” di cui parla. E infatti, la gran parte degli intellettuali se ne frega di lui. Per fortuna. In Malemort, ho trovato sottolineata questa poesia:

“Ceux qui ne peuvent pas battre l’eau.

Pas même battre l’eau avec le plat de leur main.

Peuples du monde, ce qu’il y a.

Ce qu’il y a, dénaturé.

Les ignorés, dans les recoins.

Mais ils font l’eau sur la terre.

Peuples du monde, l’élévation.

C’est le bain de rénovation.

Avec la sueur, tu fais cristal.

Cristal pour la pensée universelle.

Tu sais le rail jusque là-bas.

Mais c’est pour aller vers l’Usine”.

*E. Glissant, Malemort (1975), Gallimard, Paris, p. 205.

“Quelli che non possono battere l’acqua.

Neanche batterla con il palmo della loro mano.

Popoli del mondo, quel che c’è.

Quel che c’è, denaturato.

Gli ignorati, nelle spelonche.

Ma loro, fanno l’acqua sulla terra.

Popoli del mondo, l’innalzamento.

E’ il bagno di rinnovamento.

Del sudore, tu fai cristallo.

Cristallo per il pensiero universale.

Tu sai la barra sin laggiu’.

Ma è per andare verso la Fabbrica.”
——–

AM

 

Le soglie della mutazione 27 août 2007

Classé dans : déclarations d'amour — aulivre @ 9:50

Lunga passeggiata mattutina, sulla strada che ho già ripercorso cosi’ tante volte. Ho pensato, ho sentito, ho visto, ho sentito, ancora una volta. Abbraccio, appena usciti dal cancello. Augurio di una buona giornata. Io, ancora praticamente addormentato, ma non cosi’ tanto da non sentire e da non vedere. Non cosi’ tanto da non sentirmi sentito. Sorrido, lungo la strada che ho già ripercorso, tante volte. Sorrido, tra i raggi di sole che già riscaldano la giornata. Sorrido, ancora una volta, nell’aria tiepida e netta di un mattino che si annuncia e s’impone con la forza del tempo e della natura. Un abbraccio, un augurio, un “grazie di tutto” detto ancora con la voce invasa dal sonno, accanto alle porte della tua casa. E subito ho realizzato, li’ vicino, li’ dove un giorno, una notte, ti ho detto quel che pensavo di me, di me e di te – quel che cominciavo a pensare di noi, senza neanche che io stesso potessi capire, sino in fondo – , il senso vero del passaggio e della mutazione. Le porte di casa tua, ovvero le soglie della mutazione.

“Grazie di tutto”, allora, vuol dire : grazie per la tua ospitalità, quella materiale (“Thank you/For letting me stay here/Thank you for taking me in/Thank you/For the beer and the food…”, Ani Difranco, “Gratitude”). Ma grazie, anche e soprattutto, per questa ospitalità infinita, grazie per questa ospitalità senza condizioni che non smette di rivelarmi ai sensi il significato della mutazione. Dio, certamente, sa quel che sento. Eppure tu, solo tu, puoi sentire quello che ho sentito quando, nel silenzio della notte, sotto il tiro di una luce fioca che ci investiva quel che bastava per permettere a ciascuno di noi due di intravedere i tratti dell’altro, ci siam sussurrati, sguardo nello sguardo, anima con anima, corpo su corpo, che qualcosa è mutato, e che qualcosa sta mutando. Oh, quanto puo’ essere grande e forte un amore.

Adesso, ora, qui, in questo momento, voglio prendere la parola:

Io ti amo, con tutta la forza del mio spirito. Dichiaro senza condizioni quel che provo per te. Dichiaro ad alta voce, fiero, forte, presente: oh, quanto amo você!

 

“Amor che nella mente mi ragiona/

 

della mia donna disïosamente/

 

Move cose di lei meco sovente/

 

Che lo ‘ntelletto sovr’esse disvia/

 

Lo suo parlar si’ dolcemente sona/

 

Che l’anima ch’ascolta e che lo sente/

 

Dice: “Oh me lassa! Ch’io non son possente/

 

Di dir quel ch’odo della donna mia…”

 

(Dante, Convivio, III, 2)

 

MercI. 26 août 2007

Classé dans : déclarations d'amour — aulivre @ 12:14

 

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« Tu sais.

Moi aussi, je n’ai pas de mots. Mais tu sais.

Tu sais que je pense à toi chaque instant. Tu sais que je me sens vide, parfois, sans oxygène

Merci quand même, I., pour m’avoir fait découvrir qu’il y avait encore d’oxygène.

Merci, I., pour tes yeux qui bougent. Je les ai imprimés dans mes yeux

Merci, I., pour ta force e ta faiblesse

Je sais, I.

Merci, d’être là. Moi, de ma part, je suis là

Merci, pour avoir bouleversé mes journées

Merci pour m’avoir fait redécouvrir le plaisir de quitter dans la nuit une personne qu’on aime, et de rentrer à la maison heureux de l’avoir connue, et de l’aimer bien

Merci pour m’avoir fait redécouvrir la force de dépasser les difficultés qu’on rencontre parfois quand on aime bien quelqu’un

Merci I.

Merci, parce que je ne t’oublierai jamais

Merci, tout simplement

Bonne nuit, sogni d’oro »

AM – Paris, 04/12/2006

 

a.i.a. 25 août 2007

Classé dans : dialogues — aulivre @ 21:42

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A., t’es là?

Oui je fumais

ça va?

eh eh ça va

Merci pour les mots…. je…

J’ai déjà écrit 6 pages! Toi…?

Tu vas au débat?

Je viens de rentrer chez moi. Ma tête était trop lourde pour y aller. Donc je suis là.

Ahhhhh Le boulot!

Mais j’avais envie d’y aller.

Moi dans un premier temps j’avais pensé d’y aller

Oui?

Mais j’ai bien bossé et je vais bosser encore. Je dois terminer avant samedi

C’est bien.

Pour que je puisse commencer à le traduire et intégrer le texte avec d’autres lectures que je veux faire

Je vais reposer ma tête un peu maintenant.

Ouiii I., bien sûr, il faut se reposer!

Merci, A.

Bacissimi. Grazie a te, I.

Grata, muito grata

Grato, muito grato!

Saiba que penso em Você.

Ehhh, sappilo anche tu, I., anch’io ti penso

Parfois je ferme mes yeux et je sens comme si tu était à côté de moi…. et c’est très bien. Je ne veux pas …

I.mente A… eh eh eh

Il n’y a rien comme la sensation de t’avoir là. C’est un autre monde, élevé. Tu fais ça, où on fait ça ensemble. Chepas.

Oui, on le fait ensemble, I. Et c’est une des choses plus belles qu’on peut faire, c’est très simple

Je veux arrêter de penser à ça……mais ti penso. Je parle franchement.

Si tu n’avais pas cette puissance qui m’entoure, eh bien, tout cela ne serait pas comme ça

“Qui m’entoure”, oui c’est ça.

Ouihh, t’es une puissance, une “aura” Quelque chose que j’ai autour de moi et, bien sûr, à l’intérieur de moi et c’est très bien…

Aaahhhhh Aleluia hehehe

Un courant, une secousse, chepas! Mais c’est trèèèèèèès bien, je le dis!!

Oui

Bon, je reviens sur mon texte maintenant

Tu sais, I.

 

Libérté surveillée 25 août 2007

Classé dans : poésie — aulivre @ 21:33

“Allora, anche tu vieni dal cielo!
Di che pianeta sei?”

E tu, di che pianeta sei? Da dove vieni?

Ascolto la tua provenienza,
ospito incessantemente
la tua costanza
d’essere.
Divengo,
e dunque
non sostanza sono,
ma presenza.

Muito, muito grato, ô meu amor.

Amo você
AM

* * *

Lève-toi, en tant qu’élève,
et ne soit pas même en rêve
une sentinelle dans le ciel. . .
. . . azzurro.

En toute discrétion, soit Self
susceptible de devenir/déjà précieux
susceptible à un avenir déjà couteux
pour les instants de soif.

Si pour l’instant (in)capable de détecter
depuis le ciel du départ
sous le ciel un départ
t’auras sur le sol, dans le coeur un écart;

et ainsi seras toujours une reveillée
condition d’eternel matelas
à rechercher hélas
l’évident en plein air. . .

. . . gris.

Ta matière grise un réseau,
t’es de ta propre vie ingénieur-chercheur,
un appareil 100 % imaginé
à l’inverse d’un fantasie/réalité.

La société t’a équipé, haha…
policiers et pistoles,
tentatives et surveillances
menées

depuis des autres drones, des profs, ou des voles avérées
toi ou moi peut-être inadaptés et disproportionnés
longtemps considérés nous mêmes des anciens. . .
. . . toi et moi élèves.

Seule maintenant, je suis
jamais stationnaire toujours
sophistiquée,
petite et silencieuse, peux combler

les défaillances des systèmes d’autrui
des systèmes scientifiques, curieux
des systèmes comme le mien
des systèmes de recherches.

Fuselée en carbone je suis,
propulsée par aliments et soif de connaissance, je suis
un genre nouveau qui vole
des propres pieds aux altitudes

de millions d’informations
à la seconde qui se stabilisent
même en période, même moi-même comme feu et soufflerie,
puis les heures continues, concluantes, je suis

commandée par moi-même à plancher
l’appareil parfaitement silencieux et ses puissances
pour repérer des variations innatendues,
tristesses, peurs et hauteur.

J’ai fourni aussitôt et déjà ma position,
et je zoome désormais et toujours ma condition,
la Source,
mes questions et suspections,

et sur Tout je transmets
les internes images
à travers mes visages
et des signes qui expliquent:

une In(e)cendie des flammes mutables je suis
et aussi chaque minute qui épargne
un nombre considérable
de leçons gagnées

irreductibles
certaines
comme campagne verte. . .
. . . et haute mer.

La capacité de me lire
- dans m’absence et une certaine immatriculation
hors le cadre des explications -
optimise

cet. . . *Etre Sensible* à toute violence,
selon l’objectif :
Vivre jusqu’à l’au-délà de ce grandieux secret
de maintenant, de l’Ile-de-France, des offerts, du possible, de l’instant et pompiers prêts à éteindre le/

F-EU
d’une usIne, des volcans, des accueils, des départs, des larmes en bas, de toute baisse dans les hauteurs,
feu des machines les moteurs, des coûts, des investissements et millions
d’eu-ros.

Si la Terre ne fleurit pas, le ciel sera colonisé
et ça,
je ne veux pas.
Je veux le ciel. . .

. . .azzurro.

Pour quoi?
pour être impossible
pour la couleur
pour l’azur, oui, pour elle-même, la couleur

pour avoir le vol et savoir voler;
pour possiblement ne pas voler
mon Décider en faveur d’un possible rendu “im- “
. . . et même ainsi naître

et être, simplement être
d’un mourir à nouveau et encore naître
sans n’être
JAMAIS volée.

(Merci)

I.

* * *

 

Au livre 23 août 2007

Classé dans : Textes — aulivre @ 18:40

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Oggi, è un giorno importante. Scrivo – come sempre, d’altronde, ma è la prima volta che lo faccio qui. Scrivo e, in fin dei conti, scrivendo, inauguro qualcosa: marcare del nero sul bianco è sempre un gesto inaugurale, beninteso. Ma, a maggior ragione, lo è piu’ che mai oggi, e ora, in questo momento, nell’esatto istante in cui anima e corpo si trans-mutano nell’anima e nel corpo di questo strano agglomerato di parola. Parola viva, parola vivente. Scrivo, e anche se sono qui, solo, nella mia stanza, so e sento che non scrivo da solo. Scrivo, e quel che scrivo è – è già da sempre – qualcosa di condiviso. Scrivo, io, e nello stesso tempo non smetto di dire: Tu scrivi, l’altro scrive. E scriveranno, infine – senza fine – tutti quelli che leggeranno, e che parleranno, probabilmente senza che noi lo sapremo mai. E scriveremo noi, ancora, e parleremo ancora della nostra scrittura, à jamais.

Che il verbo scrivere sia coniugato! Che la parola (il verbum) scriva! (Mi) scrivo, (ci) scriviamo, sono scritto, siamo scritti…

Scrivo, e il fatto di scrivere in continuazione “scrivo” è qualcosa che, nello stesso tempo, va al di là del sintomatico, del patologico – con buona pace della psicoanalisi, dio benedica la sindrome ossessivo-compulsiva dello scrittore! – e della pura esercitazione retorica. Perchè la scrittura (si) ripete anche quando non ripete esattamente quel che ha detto. “S’i’ fosse foco, arderé lo mondo/S’i’ fosse vento lo tempesterei/S’i’ fossi acqua i’ l’annegherei…”, diceva un poeta italiano del 1300. E ogni volta che scriveva, ripetendolo, “S’i’ fosse, S’i’ fosse, Se fossi, se fossi”, diceva in effetti qualcosa di diverso, immaginandosi di volta in volta di essere fuoco, vento, acqua, morte, vita…

Scriviamo, io e te – cosi’ come l’Altro – , e ancora una volta rinnoviamo un’alleanza. Scriviamo, perchè un giorno abbiamo detto: “Scriviamo un libro”, e io ho subito aggiunto qualcosa come “lo scriviamo già, questo libro, non abbiamo mai smesso di scriverlo, questo libro”. E li’, di nuovo, ancora una volta, ci siamo presi per mano, e con questo gesto cosi’ incredibile della vita abbiamo cominciato a sentire diversamente, e nuovamente. Si’, un gesto incredibile, perchè prendersi per mano è sempre piu’ raro: come la poesia, in effetti. “Non vedo alcuna differenza tra un poema e una stretta di mano”, diceva Paul Celan.

* * *

“Perchè quando ci teniamo per mano, ci scriviamo. E quando “ci scriviamo” – vale a dire: parliamo, sentiamo – non facciamo altro che tenerci per mano. L’uno accanto all’altra, l’una accanto all’altro, il linguaggio circola, i termini si scambiano. E il cielo azzurro, é alle nostre spalle, nel presente, nell’avvenire. Azzurro a-venire. T.A.” (Paris, 4/4/2007)

* * *