A volte, non degno neanche di uno sguardo i libri ben sistemati nella minuscola biblioteca della mia stanza. Sono solo una piccola parte di quelli che ho comprato e letto nella mia vita. Il resto, è ancora in Italia. E in Italia resterà, credo, per sempre. In fondo, quei libri appartengono a un momento della mia vita – e non parlo della mia “vita di lettore”. Come potrei separare quel che leggo da quel che sono? – che, in un modo o nell’altro, è passato. Li ricordo uno ad uno, certo, cosi’ minuziosamente ordinati com’erano – come sono: di ogni libro, letto o no, ricordo esattamente l’esatta posizione all’interno della biblioteca. Ripiano centrale, a destra: filosofia tedesca contemporanea e teoria della letteratura, comincia con Walter Benjamin e finisce con Gérard Genette. Eppure, ogni volta che torno a casa e guardo questa strana massa di carta, non posso non provare una sensazione di estraneità, quasi di rifiuto. Resto per un po’ atterrito e poi cerco qualcos’altro da fare, cosa che da quelle parti mi risulta davvero difficile, peraltro. A volte, invece, come poco fa, mi fermo a guardarli, questi miei libri. Ne prendo uno, e subito la prima cosa che mi viene in mente è quando e dove l’ho trovato, e la prima volta che ho cominciato a leggerlo. Poi ancora, evidentemente, quel che ci ho letto. Il libro funziona coma la madeleine di Proust: irruzione repentina del tempo perduto. Trovo quasi sempre qualcosa di sottolineato. Faccio una pausa, dunque, e leggo. Ed è come leggere l’intero libro, o forse meglio (al proposito, Thomas Bernhard ha scritto qualcosa di irrinunciabile in Alte Meister. Ecco un libro che dovrebbe essere qui con me e che invece trova in Italia: ultimo ripiano a sinistra, in alto). Ebbene, poco fa, mi capita tra le mani Malemort, di Glissant. Ricordo di averlo comprato da Gallimard, luglio 2006. Ripercorro Boulevard Raspail nel caldo torrido di quei giorni, poi imbocco la Rue de Vaugirard e arrivo al Jardin de Luxembourg. Panini all’ombra di un grosso albero, con un’amica che non smette di divertirsi ricordandomi che leggo “sempre libri tremendi, da intellettuali”. Ma Glissant, lui, non è un intellettuale. E’ un libro vivente, ecco tutto. Semplicemente, scrive il “tutto-mondo” di cui parla. E infatti, la gran parte degli intellettuali se ne frega di lui. Per fortuna. In Malemort, ho trovato sottolineata questa poesia:
“Ceux qui ne peuvent pas battre l’eau.
Pas même battre l’eau avec le plat de leur main.
Peuples du monde, ce qu’il y a.
Ce qu’il y a, dénaturé.
Les ignorés, dans les recoins.
Mais ils font l’eau sur la terre.
Peuples du monde, l’élévation.
C’est le bain de rénovation.
Avec la sueur, tu fais cristal.
Cristal pour la pensée universelle.
Tu sais le rail jusque là-bas.
Mais c’est pour aller vers l’Usine”.
*E. Glissant, Malemort (1975), Gallimard, Paris, p. 205.
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“Quelli che non possono battere l’acqua.
Neanche batterla con il palmo della loro mano.
Popoli del mondo, quel che c’è.
Quel che c’è, denaturato.
Gli ignorati, nelle spelonche.
Ma loro, fanno l’acqua sulla terra.
Popoli del mondo, l’innalzamento.
E’ il bagno di rinnovamento.
Del sudore, tu fai cristallo.
Cristallo per il pensiero universale.
Tu sai la barra sin laggiu’.
Ma è per andare verso la Fabbrica.”
——–
AM





